Centri Assistenza Urgenza: i fattori che rallentano l'accesso e allungano i tempi
Nell’ultima settimana del monitoraggio regionale concluso il 7 aprile 2024, i 31 Centri di Assistenza Urgenza (CAU) osservati in Emilia-Romagna hanno registrato un’attesa media di 45 minuti.

Tra un centro e l’altro, però, i valori sono andati da 2 minuti a 2 ore e 14 minuti. È una fotografia circoscritta nel tempo, non una misura dei tempi attuali. Mostra comunque quanto possano differire le attese all’interno della stessa rete.
Spiegare quella variabilità è più difficile che rilevarla. I dati disponibili descrivono i flussi e alcune caratteristiche organizzative, ma non mettono in relazione in modo sistematico gli orari, il personale presente, gli esami richiesti e i tempi di ogni singolo passaggio. Per capire le cause dei tempi di attesa ai CAU occorre quindi distinguere ciò che è documentato da ciò che resta un’ipotesi plausibile.
Il modello organizzativo dei CAU nella rete territoriale
A giugno 2025 risultavano attivi 46 CAU in Emilia-Romagna. La DGR 1206/2023 individua tre modelli di collocazione: strutture nate dalla riconversione di ex Punti di Primo Intervento, Case della Comunità e ambulatori dedicati all’urgenza a bassa complessità in strutture ospedaliere esistenti. La delibera delinea un’organizzazione regionale, ma la diversa sede non basta, da sola, a stabilire quali risorse siano disponibili in ogni centro o quanto rapidamente possano essere impiegate.
| Modello di collocazione | Che cosa indica | Che cosa non consente di concludere da solo |
|---|---|---|
| Ex Punto di Primo Intervento | Una sede derivata dalla riconversione di un servizio preesistente | Che personale e dotazioni siano identici in tutte le sedi |
| Casa della Comunità | Un centro collocato in una struttura dell’assistenza territoriale | Che l’integrazione con gli altri servizi produca ovunque gli stessi tempi |
| Struttura ospedaliera esistente | Un ambulatorio per urgenze a bassa complessità in un contesto ospedaliero | Che l’accesso a diagnostica o personale ospedaliero sia immediato e uniforme |
La tabella descrive modelli organizzativi, non prestazioni garantite. La prossimità fisica a un ospedale, per esempio, non dimostra che un esame sia disponibile senza attese; allo stesso modo, la collocazione in una Casa della Comunità non documenta da sola quali servizi siano effettivamente integrati nel percorso del singolo paziente. Per confrontare i tempi servirebbero informazioni omogenee sulle dotazioni e sulle modalità operative di ciascuna sede.
Il disegno dei collegamenti territoriali
La delibera regionale prevede il collegamento progressivo dei CAU al numero unico 116117 e il raccordo con i DEA di riferimento. L’accesso diretto per i bisogni urgenti a bassa complessità è parte del modello. Questi elementi vanno letti come indirizzi organizzativi: le informazioni disponibili non attestano che l’integrazione fosse già attiva nello stesso modo in tutti i centri, né consentono di misurarne l’effetto sull’afflusso.
Anche il rapporto con la rete del 118 va considerato in termini di assetto previsto e di raccordo, senza dare per scontato che ogni CAU abbia modalità identiche di collegamento operativo. Le differenze locali possono dipendere da come il modello viene attuato, ma i dati citati non permettono di attribuire a questo aspetto un effetto misurabile sui tempi d’attesa.
I 45 minuti di attesa media dell’ultima settimana di monitoraggio sono un’istantanea del 2024, non un valore corrente né la misura di un equilibrio raggiunto.
Flussi di accesso e concentrazione oraria
Tra il 1° novembre 2023 e il 7 aprile 2024, i 31 CAU monitorati hanno registrato 112.301 accessi; il totale sale a 123.583 includendo Ferrara. La distribuzione degli accessi si concentra nelle ore diurne: l’82% si è verificato tra le 8 e le 20. Nella fascia 8-14 la media riportata è di 17 accessi, mentre nel pomeriggio, tra le 14 e le 20, è di 14.
Questi dati descrivono quando si concentra una parte consistente della domanda. Non mostrano, però, quanto a lungo abbia atteso ciascun paziente, né se i momenti di maggiore affluenza coincidessero con una minore disponibilità di personale o con richieste diagnostiche più numerose. La concentrazione oraria è un elemento utile per leggere i flussi di accesso ai CAU; da sola non dimostra perché le attese aumentino in una determinata sede.
La differenza tra il valore minimo e quello massimo registrati nella settimana di monitoraggio è ampia. È ragionevole chiedersi se al volume degli accessi si siano sommati altri elementi locali, come l’organizzazione dei turni o il percorso necessario per completare una valutazione clinica. Ma, senza dati confrontabili per centro e per fascia oraria, questa resta una domanda di analisi, non una conclusione ricavabile dai numeri disponibili.
Le cause di accesso descrivono il case mix, non i tempi
Nel periodo gennaio-maggio 2024, tra le principali cause di accesso riportate dalla fonte regionale figurano:
- lesioni, dolori agli arti e contusioni: 22,18%;
- sintomi respiratori o febbre: 10,96%;
- dolore addominale: 5,71%.
Le categorie raccontano quali problemi portano le persone al CAU. Non indicano quanto tempo richieda ciascun caso, quali accertamenti vengano svolti, né se una causa di accesso sia associata a un’attesa più lunga. Per esempio, non si può dedurre da questi dati che un centro con più accessi per dolore addominale abbia tempi maggiori rispetto a uno che riceve più persone per contusioni. Il confronto non è documentato.
Il case mix può essere una variabile da considerare in un’analisi più completa, insieme ai turni, ai percorsi diagnostici e alla distribuzione degli accessi. Per farlo servirebbero dati collegati: motivo della visita, orario di arrivo, tempi dei diversi passaggi e modalità di chiusura del percorso. Le percentuali disponibili, prese da sole, non stabiliscono un rapporto di causa ed effetto.
Il percorso clinico-diagnostico: dall’accoglienza alla visita
La descrizione dell’AUSL Romagna presenta un percorso che può comprendere diversi passaggi. In termini generali, il paziente viene accolto e sottoposto a una prima valutazione infermieristica; segue la visita medica e, se il quadro lo richiede, possono essere previsti accertamenti o ulteriori indicazioni cliniche. La gestione può concludersi con la dimissione e il rinvio al medico di medicina generale oppure con l’invio al DEA, quando la situazione richiede un livello di assistenza diverso.
Il percorso non è necessariamente identico per ogni persona. Un paziente può ricevere una valutazione senza bisogno di ulteriori esami; in altri casi il medico può ritenere opportuni accertamenti, come esami ematici, imaging o ECG. Le informazioni disponibili descrivono queste possibilità, ma non quantificano la frequenza con cui si verificano né la durata dei singoli passaggi.
È utile distinguere l’attesa prima della visita dal tempo complessivo trascorso nella struttura. La prima riguarda l’intervallo tra l’arrivo e la valutazione medica; il secondo può includere l’accoglienza, l’esecuzione e la lettura degli accertamenti, oltre alla definizione dell’esito. Senza rilevazioni separate, un solo valore di attesa non racconta quale fase abbia richiesto più tempo.
Il tempo trascorso al CAU può comprendere passaggi diversi. Per capire dove si formano le attese, occorre misurare separatamente l’accesso, la visita e gli eventuali approfondimenti.
Anche un’indicazione a completare una valutazione con prestazioni specialistiche può incidere sul percorso successivo, ma non equivale automaticamente a un’attesa più lunga all’interno del CAU. La durata della presa in carico oltre la visita e quella della permanenza nella struttura sono misure diverse. Confonderle rende meno chiaro il confronto tra centri.
La pressione sull’emergenza-urgenza e il quadro regionale
La DGR 1206/2023 inquadra la riorganizzazione anche alla luce delle difficoltà di disponibilità del personale nell’emergenza-urgenza e della pressione sui Pronto Soccorso. In questo contesto, i CAU sono pensati per offrire una risposta territoriale ai bisogni urgenti a bassa complessità e per inserirsi nella rete dei servizi.
Questo obiettivo non significa che ogni CAU disponga delle stesse risorse del Pronto Soccorso, né che abbia un’organizzazione autonoma e uniforme per triage e diagnostica. Dotazioni, personale e accesso agli accertamenti possono dipendere dalla sede e dalle modalità locali di attuazione. Le fonti citate non forniscono un inventario comparabile che permetta di descrivere queste condizioni per tutti i centri.
Il rapporto tra CAU e DEA è quindi una questione di organizzazione della rete, non una prova automatica che la pressione sui servizi ospedalieri determini l’attesa nel singolo centro. Per stabilire se e quanto il carico del DEA influenzi i tempi del CAU servirebbero dati sulle modalità di raccordo, sui trasferimenti e sui flussi osservati nelle diverse sedi. Al momento, le informazioni disponibili delineano il quadro normativo e gli obiettivi, ma non isolano questo effetto.
Personale e turni: un dato che manca nel confronto
La documentazione regionale riconosce le difficoltà legate alle risorse di personale nell’emergenza-urgenza. Non offre però, per ogni CAU, un confronto omogeneo sul numero di professionisti presenti nei diversi turni, sulla composizione delle équipe o sulle variazioni della copertura durante la giornata.
Senza questi elementi non è possibile stabilire se una certa attesa dipenda da un turno con meno personale, da un aumento temporaneo degli accessi o da altre condizioni. Il personale è un fattore organizzativo da verificare, non una spiegazione già dimostrata per la variabilità osservata tra i centri.
I fattori strutturali che possono influenzare i tempi
I dati consentono di documentare una differenza rilevante tra le attese registrate in una settimana di monitoraggio. Non permettono invece di assegnare un peso preciso alle singole cause. Alcuni aspetti possono essere utili per impostare un confronto, purché restino distinti dai risultati effettivamente misurati:
- La distribuzione degli accessi nell’arco della giornata. Il monitoraggio mostra una concentrazione tra le 8 e le 20, ma non collega i singoli orari ai tempi di attesa di ciascun centro.
- L’organizzazione dei turni. La presenza e la composizione del personale possono essere rilevanti, ma manca un quadro comparativo per sede.
- Gli accertamenti richiesti durante la visita. Il percorso può comprendere esami o imaging; i dati citati non dicono quanto spesso siano necessari né quanto incidano sui tempi.
- La collocazione e le modalità operative. I tre modelli indicano contesti organizzativi diversi, ma non documentano in modo uniforme dotazioni e accesso alla diagnostica.
- Il raccordo con gli altri servizi. Il collegamento con 116117 e DEA è previsto nel disegno regionale, mentre il grado di attuazione e gli effetti sui flussi non risultano confrontabili per tutti i centri.
- Il motivo di accesso. Le categorie più frequenti descrivono il tipo di domanda, ma non dimostrano che una diagnosi o un sintomo comporti un’attesa maggiore.
Non sono cause accertate di rallentamento. Sono variabili che una rilevazione più completa dovrebbe mettere in relazione con i tempi, evitando di trattare come spiegazione ciò che al momento è soltanto un possibile elemento di contesto.
Che cosa si può leggere nei dati, e che cosa resta aperto
I 45 minuti di attesa media e l’intervallo tra 2 minuti e 2 ore e 14 minuti si riferiscono all’ultima settimana del monitoraggio concluso il 7 aprile 2024. Sono valori relativi ai centri osservati in quel periodo. Non possono essere presentati come tempi attuali dei 46 CAU attivi a giugno 2025, né estesi automaticamente a tutte le sedi.
Le informazioni disponibili non offrono per ciascun centro una serie aggiornata e omogenea di tempi mediani, minimi e massimi. Non riportano nemmeno in modo comparabile il tempo tra registrazione e prima valutazione, le attese per esami e consulenze o gli eventuali abbandoni prima della visita. Senza queste misure, l’analisi dei ritardi di accesso ai CAU resta incompleta.
Il passo utile, per valutare la variabilità, sarebbe affiancare ai volumi di accesso dati sui singoli momenti del percorso e sulle condizioni organizzative della sede. Solo così si potrebbe capire se le differenze dipendono soprattutto dalla distribuzione oraria, dalla disponibilità di personale, dagli approfondimenti necessari o da una combinazione di fattori. Per ora si può descrivere una rete con modelli diversi e flussi concentrati in alcune fasce della giornata; attribuire a una causa specifica le attese registrate andrebbe oltre ciò che i dati dimostrano.