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Case della Comunità e AFT: differenze nei modelli di assistenza

Le differenze operative tra Case della Comunità e Aggregazioni Funzionali Territoriali riguardano prima di tutto la loro natura: la Casa della Comunità è un presidio fisico, mentre l’AFT è una rete organizzativa di medici di medicina generale.

Aggiornato28 settembre 2026
Tempo di lettura10 min di lettura
Case della Comunità e AFT: differenze nei modelli di assistenza

Non sono due alternative tra cui scegliere, né due nomi per la stessa struttura. Hanno funzioni diverse e devono collegarsi per rendere più continuo il percorso assistenziale.

Per medici e pazienti la distinzione ha effetti pratici. L’AFT coordina l’attività dei medici di assistenza primaria e può funzionare anche attraverso studi individuali o di gruppo. La Casa della Comunità riunisce invece, in un luogo riconoscibile, servizi e professionisti di più ambiti. La riforma delineata dal DM 77/2022 si fonda anche su questa complementarità: una rete professionale distribuita sul territorio e presidi capaci di integrare risposte sanitarie e sociosanitarie.

Due modelli diversi: la rete professionale e il presidio fisico

Le AFT hanno origine nel percorso di riorganizzazione dell’assistenza primaria avviato con la Legge 189/2012 e sono state consolidate dagli Accordi Collettivi Nazionali. Riuniscono medici di medicina generale — e, nelle forme previste, pediatri — attorno a obiettivi assistenziali condivisi, indirizzi comuni e attività coordinate. La loro identità è quindi funzionale: non coincide con un edificio, né richiede che tutti i medici lavorino nello stesso ambulatorio.

La Casa della Comunità è invece una struttura fisica prevista dal DM 77 del 23 maggio 2022. Il decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 giugno dello stesso anno, la definisce come punto di integrazione tra servizi sanitari, sociosanitari e sociali. Al suo interno possono convergere professionisti e funzioni che, in un’organizzazione frammentata, il cittadino dovrebbe cercare in luoghi diversi.

La distinzione aiuta a leggere correttamente anche le parole «aggregazione» e «struttura». L’AFT mette in relazione professionisti e attività; la Casa della Comunità organizza servizi in una sede. Una AFT può operare attraverso più studi, collegati sul piano organizzativo. Una Casa della Comunità, a sua volta, non assorbe automaticamente gli studi dei medici né sostituisce la rete professionale.

AspettoAFTCasa della Comunità
NaturaAggregazione funzionale di professionistiPresidio fisico territoriale
Nucleo principaleMedici di medicina generale, con obiettivi e indirizzi condivisiÉquipe multiprofessionale e servizi integrati
Luogo di attivitàStudi individuali, studi associati e altri punti della reteSede Hub o Spoke, secondo il modello organizzativo
Funzione organizzativaCoordinare l’assistenza primaria e l’attività dei mediciAvvicinare e integrare servizi sanitari, sociosanitari e sociali
Riferimenti normativiLegge 189/2012 e Accordi Collettivi NazionaliDM 77/2022
L’AFT coordina una rete di professionisti. La Casa della Comunità organizza servizi in un presidio: l’integrazione nasce dal collegamento tra le due, non dalla sovrapposizione.

Come funziona un’AFT nella pratica quotidiana

Il funzionamento delle Aggregazioni Funzionali Territoriali si basa sulla condivisione di obiettivi e modalità di lavoro tra medici che mantengono i propri ambulatori. Il bacino medio indicativo riportato per un’AFT è compreso tra 15.000 e 30.000 abitanti, ma la dimensione effettiva e l’organizzazione dipendono dal contesto territoriale e dagli accordi applicabili.

Per la presa in carico, questo modello può favorire una maggiore coerenza tra professionisti che seguono persone dello stesso territorio. Condividere indirizzi assistenziali, lavorare su percorsi comuni e raccordare le attività consente di ridurre le discontinuità organizzative, soprattutto quando il paziente ha bisogno di controlli ripetuti o di più passaggi tra servizi.

Questo non significa che ogni AFT offra automaticamente un ambulatorio unico, una segreteria comune o turni uniformi. Le modalità concrete dipendono dall’assetto locale e dagli accordi regionali. È quindi più corretto descrivere l’AFT come una cornice di coordinamento, non come un servizio standard con le stesse prestazioni e gli stessi orari in ogni zona.

Nel lavoro quotidiano, la rete può incidere su diversi passaggi:

  • Continuità della presa in carico: i medici condividono obiettivi assistenziali e possono raccordare meglio le attività rivolte alla popolazione di riferimento.
  • Appropriatezza dei percorsi: indirizzi comuni aiutano a orientare prescrizioni, controlli e invii, senza trasformare il coordinamento in un automatismo clinico.
  • Collegamento tra studi e servizi: l’AFT può mettere in relazione l’attività ambulatoriale dei MMG con gli altri nodi territoriali, comprese le Case della Comunità.
  • Organizzazione dell’assistenza primaria: il lavoro in rete consente di programmare attività e risposte in modo meno dipendente dal singolo studio, pur lasciando distinti i luoghi di lavoro dei professionisti.

Per il paziente, la differenza non sempre è visibile come un nuovo sportello. Può emergere invece nella maggiore coerenza del percorso: informazioni più allineate, passaggi meglio raccordati e una relazione più ordinata tra medico di famiglia e servizi territoriali.

Case della Comunità Hub e Spoke: sedi con funzioni e coperture diverse

Il DM 77/2022 individua due modelli principali di Casa della Comunità, Hub e Spoke. Non sono semplicemente due etichette per edifici grandi e piccoli: cambiano il bacino di riferimento e gli standard di apertura previsti.

Le Case della Comunità Hub sono progettate con una copertura di 24 ore su 24, sette giorni su sette, e un bacino indicativo di una struttura ogni 40.000–50.000 abitanti. Le Spoke hanno invece un’apertura prevista di 12 ore al giorno per sei giorni alla settimana, con un riferimento di una struttura ogni 20.000 abitanti. Questi standard descrivono il modello; l’effettiva disponibilità dei servizi e del personale va letta nell’organizzazione attuata sul territorio.

La differenza di orario è rilevante per la programmazione delle attività e per la distribuzione delle funzioni tra sedi. Non implica, da sola, che ogni bisogno possa essere gestito in quella sede o che tutte le prestazioni siano disponibili per tutta la fascia di apertura. Il cittadino deve poter trovare informazioni chiare su accessi, servizi presenti e modalità di presa in carico.

Per l’assistenza primaria, la Casa della Comunità offre un punto di raccordo fisico. Il medico di medicina generale può partecipare al funzionamento della rete territoriale e collegare la propria attività con quella svolta nella struttura, ma il presidio non coincide con l’AFT e non comporta, di per sé, un cambio della natura convenzionata del rapporto del MMG con il Servizio sanitario nazionale.

Questa distinzione evita un equivoco frequente: la riforma non sposta automaticamente tutti i medici dagli studi alla Casa della Comunità. Definisce un’organizzazione in cui le sedi fisiche e le reti professionali devono collaborare, secondo regole e modalità attuative che possono essere precisate a livello regionale.

Équipe multidisciplinare: il valore aggiunto rispetto alla rete dei MMG

La Casa della Comunità si distingue dall’AFT anche per la composizione dell’équipe. Il suo modello prevede il raccordo di professionalità diverse: medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, Infermieri di Famiglia e di Comunità, assistenti sociali e Punto Unico di Accesso. L’obiettivo organizzativo è avvicinare funzioni che concorrono a rispondere a bisogni sanitari e sociosanitari, non soltanto concentrare ambulatori sotto lo stesso tetto.

Nel caso di una persona con patologie croniche, per esempio, il medico di famiglia conserva un ruolo centrale nella continuità clinica e nella conoscenza del percorso del paziente. L’infermiere di famiglia e di comunità può contribuire al raccordo assistenziale e alla gestione dei bisogni infermieristici; lo specialista interviene per la valutazione di competenza; il PUA orienta l’accesso ai servizi, mentre il collegamento con l’area sociale diventa rilevante quando il bisogno coinvolge anche condizioni di fragilità o assistenza.

Il DM 77 indica, come riferimento, almeno un Infermiere di Famiglia e di Comunità ogni 3.000 abitanti. La presenza effettiva e l’organizzazione delle attività restano però legate alla realizzazione concreta del modello. Il dato esprime uno standard di programmazione, non garantisce da solo che ogni sede disponga già della dotazione prevista o che il servizio operi con modalità identiche in tutte le regioni.

Nel confronto tra gestione dei pazienti cronici in AFT e in Casa della Comunità, la differenza è quindi di funzione:

  • l’AFT sostiene il coordinamento tra medici e favorisce indirizzi assistenziali condivisi;
  • la Casa della Comunità offre la sede per il raccordo tra più professionisti e servizi;
  • il percorso del singolo paziente richiede che le informazioni e le responsabilità siano collegate, non semplicemente collocate nello stesso territorio.

La sede multiprofessionale è utile se rende praticabile una presa in carico integrata. Se i servizi restano separati sul piano operativo, la prossimità dell’edificio non basta a garantire continuità. Viceversa, una rete di medici coordinata può migliorare la risposta anche quando le attività si svolgono in studi diversi, ma non sostituisce la disponibilità di competenze e funzioni ulteriori.

Il collegamento previsto dal nuovo ACN

Un passaggio importante è l’Accordo Collettivo Nazionale per la medicina generale 2019–2021, firmato il 4 aprile 2024. L’intesa introduce il Ruolo Unico a quota oraria e funzionale, con l’obiettivo di collegare l’attività dei medici delle AFT con i servizi offerti nelle Case della Comunità.

Il principio organizzativo è quello di rendere più strutturato il raccordo tra la rete dei medici e le sedi territoriali. La quota oraria e funzionale è parte di questa connessione: può consentire di organizzare attività dei MMG anche in relazione ai servizi della Casa della Comunità, senza trasformare il medico convenzionato in un dipendente del Servizio sanitario nazionale.

Per tradurre il principio in turni, presenze e attività specifiche occorre considerare gli accordi attuativi locali. Le modalità possono variare e non è corretto presumere che ogni medico abbia già gli stessi obblighi di presenza in ogni Casa della Comunità. Anche la distribuzione dei servizi e delle équipe non è uniforme per definizione: va verificata nell’assetto della singola azienda sanitaria e negli accordi regionali.

Per le direzioni sanitarie e per i professionisti, il lavoro organizzativo si concentra su alcuni passaggi concreti:

1. Definire il raccordo tra AFT e sede. Occorre chiarire quali attività restano negli studi, quali si svolgono nella Casa della Comunità e come avviene il passaggio tra i due contesti.

2. Assegnare responsabilità operative. La presenza di più professionisti richiede indicazioni leggibili su accesso, comunicazione e continuità della presa in carico.

3. Rendere accessibili i percorsi. Il paziente deve capire a quale servizio rivolgersi e con quali modalità, senza essere rimbalzato tra funzioni che non comunicano.

4. Verificare gli accordi locali. Turnazioni e modalità di partecipazione dei MMG dipendono anche dagli accordi integrativi regionali e dall’organizzazione aziendale.

La struttura non produce integrazione da sola. Servono orari comprensibili, responsabilità definite e un collegamento effettivo tra il medico di riferimento e gli altri servizi.

La differenza che conta per il paziente

AFT e Casa della Comunità rispondono a problemi organizzativi diversi. La prima costruisce una rete tra medici di assistenza primaria; la seconda concentra in un presidio territoriale servizi e professionalità differenti. Il funzionamento delle cure primarie dipende dalla capacità di far lavorare insieme questi due livelli senza confonderli.

Per chi si rivolge al medico di famiglia, l’AFT può tradursi in un’assistenza più coordinata tra professionisti del territorio. Per chi ha bisogno di competenze diverse o di un accesso a più servizi, la Casa della Comunità può offrire un punto fisico di raccordo. In entrambi i casi, il risultato dipende da come il percorso viene organizzato, non soltanto dal nome assegnato alla rete o alla sede.

La scelta efficace per la sanità territoriale non è quindi AFT oppure Casa della Comunità. È una rete di MMG che mantiene la continuità della relazione clinica e una struttura multiprofessionale capace di integrarsi con quella rete. Quando ruoli, accessi e passaggi sono chiari, il paziente trova una risposta più leggibile e il lavoro degli ambulatori si collega meglio ai servizi territoriali.

Domande frequenti

Qual è la differenza principale tra AFT e Casa della Comunità?
L'AFT è una rete professionale che coordina l'attività dei medici di medicina generale, mentre la Casa della Comunità è una struttura fisica dove convergono professionisti e servizi sanitari, sociosanitari e sociali.
I medici di medicina generale devono lavorare tutti dentro la Casa della Comunità?
No, la riforma non prevede lo spostamento automatico di tutti i medici dagli studi privati alla Casa della Comunità. Il medico mantiene il proprio rapporto convenzionato e può partecipare alla rete territoriale pur operando nel proprio ambulatorio.
Cosa cambia tra una Casa della Comunità Hub e una Spoke?
Le Hub sono progettate per un'apertura 24 ore su 24, sette giorni su sette, con un bacino di riferimento di 40.000–50.000 abitanti. Le Spoke prevedono un'apertura di 12 ore al giorno per sei giorni alla settimana, con un riferimento di circa 20.000 abitanti.
Quali professionisti lavorano in una Casa della Comunità?
L'équipe è multidisciplinare e include medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, Infermieri di Famiglia e di Comunità, assistenti sociali e il Punto Unico di Accesso.
L'AFT garantisce orari e servizi uniformi in tutta Italia?
No, l'AFT è una cornice di coordinamento e non un servizio standard. Le modalità operative, gli orari e le prestazioni dipendono dagli accordi regionali e dall'assetto locale.