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Carenza medici di medicina generale: le cause del calo costante

All’inizio del 2025 mancano all’appello oltre 5.716 medici di medicina generale in Italia. Il dato emerge dal rapporto della Fondazione GIMBE, elaborato su dati SISAC al 1° gennaio 2025 e relativo a 18 Regioni su 20.

Aggiornato22 settembre 2026
Tempo di lettura12 min di lettura
Carenza medici di medicina generale: le cause del calo costante

Non è un’emergenza congiunturale: è il saldo di anni di programmazione insufficiente, di pensionamenti che non trovano un ricambio adeguato e di una professione che ha perso attrattività, sul piano economico e su quello organizzativo. Le cause strutturali della carenza vanno lette dentro questa dinamica, non come effetti isolati.

Tra il 2012 e il 2022 i medici di medicina generale attivi in Italia sono passati da 45.437 a 39.366. La contrazione è proseguita negli anni successivi: dal 2019 al 2024 l’organico ha perso 5.197 professionisti, fino a 36.812 medici in attività all’inizio del 2025. E la pressione non si esaurisce con un singolo ciclo di pensionamenti. Tra il 2025 e il 2028 si stima che 8.180 medici raggiungeranno i 70 anni, l’età di riferimento per la pensione nella convenzione.

Il paradosso del turnover: l’onda lunga dei pensionamenti 2025-2028

La prima causa strutturale della carenza è il ricambio insufficiente. Una parte consistente dei medici oggi in servizio si avvicina al pensionamento, mentre il sistema formativo e le modalità di ingresso nella convenzione non riescono a sostituire con la stessa rapidità chi lascia gli ambulatori. Le stime diffuse da FIMMG e GIMBE indicano che, tra il 2025 e il 2028, 8.180 professionisti raggiungeranno i 70 anni. Rispetto a una platea di poco più di 36.000 medici attivi, è una quota rilevante: non basta guardare al numero complessivo di professionisti, bisogna chiedersi quanti saranno disponibili nei territori e con quali tempi.

Il dato descrive una finestra di uscite, non una successione annuale certa. L’effettiva distribuzione dei pensionamenti può variare e, soprattutto, non coincide automaticamente con il numero di incarichi che resteranno scoperti: contano le scelte individuali, la disponibilità dei medici a proseguire e la capacità delle Regioni di assegnare gli ambiti carenti. La tendenza, però, è chiara: in una professione già sotto pressione, l’uscita di una parte consistente della generazione più anziana rende il ricambio una questione immediata, non un problema da rinviare.

Anche l’aumento delle borse per il Corso di formazione specifica in medicina generale, registrato negli ultimi cicli, non risolve da solo la distanza tra uscite e nuovi ingressi. Il numero dei posti è solo uno degli elementi. Occorre considerare quanti corsisti arrivano alla fine del percorso, quanto tempo passa prima che possano assumere un incarico e se le sedi disponibili corrispondono ai territori in cui la carenza è più acuta. Quando questi passaggi non sono coordinati, la disponibilità futura di medici resta sulla carta mentre gli ambulatori hanno bisogno di copertura oggi.

Il ricambio non si misura soltanto contando le borse: conta che i nuovi medici arrivino nei territori e possano assumere un incarico senza lasciare vuoti nel frattempo.

Le conseguenze si distribuiscono in modo disomogeneo. Le aree interne, le zone montane e i piccoli Comuni sono particolarmente esposti, perché il medico di famiglia può rappresentare uno dei pochi presìdi sanitari di prossimità. Nei centri più grandi, invece, la carenza può tradursi in difficoltà nel trovare un professionista con disponibilità, in liste d’attesa più lunghe o in un carico crescente per chi è già in servizio. In entrambi i casi, la geografia conta: un dato nazionale non dice se un assistito riesca davvero a trovare un medico vicino, né se il professionista disponibile possa garantire una presa in carico adeguata.

Il dato ISTAT secondo cui il 77% dei medici di medicina generale ha più di 55 anni segnala l’invecchiamento della categoria. Non descrive da solo la velocità delle future uscite, ma rende evidente lo squilibrio tra generazioni e aiuta a leggere le fluttuazioni dell’organico: l’alternanza fra ingressi e pensionamenti non è un movimento neutro se chi entra è troppo poco, arriva tardi o non sceglie le sedi più difficili.

Analisi dei carichi assistenziali: oltre il massimale di 1.500 pazienti

La carenza si riflette sul carico dei professionisti rimasti. Il rapporto ottimale teorico è di 1.200 assistiti per medico, mentre il massimale previsto dalla convenzione è di 1.500. All’inizio del 2025 la media nazionale è salita a 1.383 assistiti per medico. La media, però, appiattisce situazioni molto diverse: un valore nazionale sotto il massimale può convivere con territori in cui i medici hanno già superato quella soglia e con altri in cui gli incarichi vacanti rendono più difficile l’accesso alle cure.

IndicatoreRiferimento ottimaleMassimale convenzionaleMedia nazionaleLombardia
Assistiti per medico1.2001.5001.3831.533
Scostamento dal riferimento ottimale—+25%+15,3%+27,8%
Medici sopra il massimale——51,7%—
MMG per 10.000 abitanti——6,7—

Secondo i dati riportati, oltre la metà dei medici di medicina generale ha superato il massimale convenzionale. In Lombardia il carico medio indicato è di 1.533 assistiti per medico. La media nazionale di 6,7 medici ogni 10.000 abitanti offre un’altra misura della disponibilità di professionisti, ma non basta a descrivere come questa sia distribuita: il numero di medici per abitante non dice quanto siano raggiungibili gli ambulatori, quanto siano ampi i bacini coperti o quali servizi siano presenti nelle diverse aree.

Quando aumenta il numero degli assistiti, non cresce soltanto il volume delle richieste. Diventa più difficile trovare spazio per seguire nel tempo le persone con patologie croniche, ricostruire la storia clinica, coordinarsi con gli specialisti e intercettare i bisogni prima che diventino urgenze. Una telefonata, un rinnovo di terapia e la valutazione di una condizione nuova possono richiedere impegni diversi, ma insistono sulla stessa agenda. È qui che il massimale, pur essendo un riferimento convenzionale, smette di apparire come una soglia astratta.

L’innalzamento dei massimali può offrire una copertura temporanea nelle zone carenti, ma non aumenta il numero dei professionisti disponibili e non sostituisce la programmazione. Se un medico assume più assistiti per evitare che restino senza riferimento, il servizio risponde a un bisogno reale; al tempo stesso, però, il carico aggiuntivo non scompare. Si trasferisce sul lavoro quotidiano del professionista e sulla capacità di mantenere una relazione continuativa con i pazienti.

Per questo parlare di carenza non significa soltanto contare gli incarichi vacanti. Significa osservare anche quanti assistiti ricadono sui medici presenti, quali attività riescono a garantire e quanto margine resta per la prevenzione e la gestione delle cronicità. Il numero delle persone formalmente assegnate a un medico è un indicatore utile, ma non restituisce da solo la qualità del lavoro clinico né la complessità dei bisogni.

Il peso della burocrazia: quando l’amministrazione soffoca la clinica

La pressione assistenziale si somma al tempo occupato dagli adempimenti. Ricette dematerializzate, certificazioni, esenzioni, piani terapeutici, pratiche per invalidità civile e Legge 104, richieste di ausili e protesi, procedure INPS e attività connesse all’assistenza domiciliare richiedono passaggi che non sono accessori per il paziente, ma sottraggono spazio alla valutazione clinica quando ricadono sullo stesso professionista senza un adeguato supporto organizzativo.

La burocrazia non è un fastidio separato dalla cura: se si accumula sulle stesse ore di lavoro, riduce il tempo e l’attenzione disponibili per la clinica.

Il problema non è che ogni adempimento sia inutile. Molti servono a rendere possibile l’accesso a prestazioni, farmaci e tutele. Il nodo è chi li gestisce, con quali strumenti e con quale coordinamento. Una procedura ripetuta, una piattaforma che non dialoga con le altre o una richiesta che torna al medico per una correzione possono trasformare un’attività amministrativa breve in una serie di interruzioni. Sommate alle telefonate, alle richieste non programmabili e alla documentazione clinica, queste interruzioni frammentano la giornata e rendono più difficile mantenere continuità nel rapporto con il paziente.

L’effetto si vede soprattutto nei casi che richiedono una visione d’insieme. Un anziano fragile può avere più patologie, assumere terapie diverse e dipendere da familiari o servizi domiciliari; la sua presa in carico non si esaurisce nella prescrizione del singolo farmaco. Richiede tempo per valutare, aggiornare il piano di cura e raccordarsi con chi è coinvolto nell’assistenza. Se l’organizzazione lascia al medico ogni passaggio amministrativo, la parte clinica più complessa compete con attività che potrebbero essere semplificate o condivise.

La ricetta digitale, da sola, non equivale a una riduzione del carico burocratico. La digitalizzazione aiuta quando elimina duplicazioni e consente lo scambio di informazioni; se invece aggiunge schermate, procedure e verifiche a processi già esistenti, cambia il formato del lavoro ma non necessariamente la quantità. La semplificazione va misurata nella pratica: meno passaggi ripetuti, meno dati richiesti più volte, maggiore interoperabilità e supporto amministrativo accessibile anche agli studi con minori risorse.

In questo quadro, attribuire la crisi alla sola burocrazia sarebbe riduttivo. Il carico amministrativo non spiega da sé il calo degli organici, ma contribuisce a rendere meno sostenibile il lavoro quotidiano e a ridurre l’attrattività di un’attività già esposta a responsabilità ampie. Le politiche sul ricambio e quelle sull’organizzazione degli ambulatori non possono procedere come se fossero capitoli separati.

Formazione e attrattività: i nodi irrisolti del percorso

La medicina generale è una scelta professionale, ma anche un percorso che deve risultare praticabile. La formazione specifica consente di accedere alla professione convenzionata; per aumentare gli ingressi non basta ampliare i posti disponibili se l’esperienza formativa non è sufficientemente riconoscibile, se il passaggio al lavoro resta incerto o se il modello professionale viene percepito come un insieme di carichi difficili da governare.

L’attrattività dipende da fattori che si alimentano a vicenda. La sostenibilità economica conta, ma non è l’unica variabile. Contano l’autonomia clinica, la qualità della formazione, la possibilità di lavorare in équipe, la disponibilità di personale di supporto e la prevedibilità dei carichi. Conta anche ciò che succede all’ingresso: una borsa formativa non garantisce che, al termine del corso, ci siano incarichi ben organizzati e strumenti adeguati per svolgere il lavoro.

La distinzione fra formazione e inserimento è decisiva. I corsisti possono rappresentare una parte della risposta alla carenza futura, ma non sono una sostituzione immediata dei medici che vanno in pensione. Tra la disponibilità di un posto formativo e la copertura effettiva di un ambulatorio si collocano il completamento del corso, l’assegnazione degli incarichi e le condizioni concrete di lavoro. Se la pianificazione considera soltanto il numero di borse, rischia di sottovalutare tutti i passaggi intermedi.

C’è poi la questione dei territori. Un incarico in un’area con pochi servizi, collegamenti difficili e un bacino ampio può essere meno appetibile di uno in un contesto dove esistono équipe e strutture di supporto. Non basta chiedere ai nuovi medici di scegliere le sedi più scoperte: occorre rendere quelle sedi praticabili, con condizioni organizzative capaci di sostenere il lavoro. Altrimenti la carenza si riproduce proprio dove il bisogno di prossimità è più forte.

La programmazione, quindi, dovrebbe collegare i dati sulle pensioni attese alla formazione e alla distribuzione degli incarichi. Le fluttuazioni dell’organico dei medici convenzionati non si governano con un’unica misura nazionale se le necessità cambiano da Regione a Regione e da un’area all’altra. Servono previsioni aggiornate, procedure di assegnazione tempestive e una lettura dei fabbisogni che non si fermi al totale dei medici: la stessa dotazione può produrre esiti diversi a seconda di dove è collocata e di come lavora.

Il DM 77 e la sfida della riorganizzazione territoriale tra carenza e innovazione

Il DM 77 ridisegna l’organizzazione dell’assistenza territoriale e attribuisce un ruolo alle Case della comunità, alle Centrali operative territoriali e agli altri nodi della rete. Il suo impatto sulla carenza di medici di medicina generale dipende però da come l’impianto viene realizzato: una riorganizzazione può favorire il lavoro integrato e rendere più accessibili alcuni servizi, ma non crea automaticamente nuovi medici e non copre da sola gli ambulatori rimasti senza titolare.

La promessa più concreta è la possibilità di superare un modello in cui il singolo medico deve farsi carico, da solo, di un numero crescente di bisogni e di adempimenti. Spazi condivisi, équipe multiprofessionali e coordinamento con gli altri servizi possono aiutare a gestire meglio la cronicità e la continuità assistenziale. Ma il cambiamento richiede personale, strumenti e accordi chiari: senza questi elementi, una nuova struttura rischia di aggiungersi agli impegni esistenti invece di alleggerirli.

La distinzione fra innovazione organizzativa e aumento della capacità assistenziale è importante. Un servizio territoriale può essere organizzato meglio e restare comunque sotto organico. Allo stesso modo, ampliare la disponibilità di medici senza migliorare il coordinamento può lasciare intatti molti dei problemi che rendono faticosa la presa in carico. Il DM 77 può contribuire alla risposta se viene accompagnato da una pianificazione che metta in relazione le strutture con la medicina generale, definisca le responsabilità e preveda supporti effettivamente disponibili.

Per le aree più fragili, la domanda non è soltanto se una Casa della comunità sia prevista, ma se possa offrire un punto di accesso funzionante e collegato ai professionisti del territorio. Per uno studio con un carico elevato, la questione è se la rete consenta di condividere attività e informazioni senza moltiplicare gli adempimenti. Sono aspetti attuativi, ma è proprio lì che la riforma incontra la vita ordinaria degli ambulatori.

La carenza, in definitiva, non ha una causa unica né una soluzione che possa arrivare da un solo intervento. I pensionamenti rendono urgente il ricambio; i carichi elevati mettono alla prova la continuità assistenziale; la burocrazia e la debolezza dei supporti incidono sulla sostenibilità del lavoro; la formazione deve tradursi in ingressi reali, distribuiti dove servono. La riorganizzazione territoriale può collegare questi pezzi, ma non sostituisce la necessità di programmare personale e incarichi.

È qui che si misura la differenza tra un piano sulla carta e una risposta alla carenza: nella capacità di far arrivare nuovi professionisti, sostenere quelli già in servizio e garantire ai cittadini un riferimento vicino e continuativo. Senza questo raccordo, l’onda dei pensionamenti non resta una previsione statistica. Diventa una successione di ambulatori da coprire e di pazienti che faticano a trovare assistenza.

Domande frequenti

Quanti medici di medicina generale mancano in Italia all'inizio del 2025?
Secondo il rapporto della Fondazione GIMBE, all'inizio del 2025 mancano all'appello oltre 5.716 medici di medicina generale.
Quanti medici andranno in pensione tra il 2025 e il 2028?
Si stima che tra il 2025 e il 2028 circa 8.180 medici raggiungeranno i 70 anni, l'età di riferimento per il pensionamento.
Qual è il numero massimo di pazienti che un medico di medicina generale può assistere?
Il massimale previsto dalla convenzione è di 1.500 assistiti per medico, a fronte di un riferimento ottimale di 1.200.
Qual è la situazione attuale del carico di lavoro per i medici di famiglia?
La media nazionale è di 1.383 assistiti per medico e oltre la metà dei professionisti ha già superato il massimale convenzionale di 1.500 pazienti.
Perché l'aumento delle borse di studio non risolve immediatamente la carenza di medici?
L'aumento delle borse non garantisce una copertura immediata poiché occorre considerare il tempo necessario per completare la formazione, l'assegnazione degli incarichi e la distribuzione geografica dei nuovi medici.