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Carenza di medici di medicina generale: perché il numero cala

La carenza di medici di medicina generale nasce da uno squilibrio tra uscite e nuovi ingressi. Tra il 2019 e il 2024 i medici attivi sono diminuiti di 5.197 unità, da 42.009 a 36.812: una contrazione del 14,1%.

Aggiornato08 ottobre 2026
Tempo di lettura9 min di lettura
Carenza di medici di medicina generale: perché il numero cala

Nel frattempo, gli assistiti da prendere in carico sono rimasti sul territorio e, in molti ambiti, si sono distribuiti fra un numero più ristretto di professionisti.

La dinamica non dipende da una sola causa. I pensionamenti si concentrano dopo anni di programmazione insufficiente del ricambio; la formazione non riesce ad attrarre tutti i candidati previsti e l’organizzazione quotidiana della medicina generale è diventata più impegnativa. I dati delineano un problema strutturale, con effetti già visibili sul carico degli studi e sulla continuità dell’assistenza.

La dinamica dei pensionamenti: la gobba che svuota gli studi

La cosiddetta gobba pensionistica è il fattore più immediato. Una parte consistente dei medici di famiglia in attività appartiene alle generazioni prossime all’uscita dal servizio: nel 2023, oltre il 39,5% dei medici di medicina generale aveva più di 55 anni. Tra il 2025 e il 2028 sono previsti 8.180 pensionamenti al raggiungimento del limite dei 70 anni.

Queste uscite si sommano a una riduzione già maturata. Nel decennio 2013-2023 i medici di medicina generale sono diminuiti di 7.220 unità, da 45.203 a 37.983. Il dato descrive una perdita progressiva di capacità assistenziale, avvenuta prima della fase di pensionamenti attesa nel quadriennio successivo.

Il ricambio richiede tempo. Dopo la laurea in medicina, per esercitare come medico di medicina generale occorre completare il corso di formazione specifica. Anche quando il numero di borse disponibili è adeguato al fabbisogno stimato, il sistema non produce professionisti pronti a sostituire immediatamente chi lascia l’attività. La programmazione deve quindi anticipare le uscite, considerando durata della formazione, distribuzione territoriale dei medici e capacità degli ambiti di attrarre nuovi professionisti.

La distribuzione geografica aggiunge un’altra difficoltà. Una carenza nazionale può convivere con situazioni molto diverse fra aree urbane, piccoli comuni e territori periferici. Il dato medio non indica dove uno studio resta senza titolare né quanti assistiti debbano trovare una nuova presa in carico in ciascun ambito. Per la gestione locale, la mappa delle cessazioni e delle assegnazioni conta quanto il totale nazionale.

Le uscite sono concentrate nel tempo; la formazione e l’inserimento dei nuovi medici richiedono anni. È questo scarto a trasformare i pensionamenti in una crisi di copertura.

Il ricambio generazionale e le borse che restano scoperte

La diminuzione dei medici attivi non si risolve aumentando semplicemente i posti disponibili nei corsi. Un indicatore rilevante è l’esito del bando 2024 per il Corso di formazione specifica in Medicina generale: il 15% delle borse statali è rimasto non assegnato per mancanza di candidati. In sei Regioni la quota non coperta ha superato il 40%.

Il dato segnala una difficoltà di attrattività, oltre che di programmazione. Se i posti non vengono scelti, il sistema non può contare su quei professionisti negli anni successivi. E anche quando una borsa viene assegnata, il suo effetto sul numero di medici disponibili non è immediato: tra l’ingresso nel percorso formativo e la presa in carico di un ambito passano più anni.

La scelta della medicina generale dipende anche dalle condizioni concrete del lavoro. Il professionista gestisce bisogni clinici differenti, segue pazienti con patologie croniche, coordina invii e controlli e affronta attività amministrative connesse alla presa in carico. La qualità dell’organizzazione ambulatoriale, il supporto disponibile e la possibilità di lavorare in gruppo incidono sull’attrattività del percorso, insieme al trattamento previsto dalla convenzione.

Per valutare il ricambio, conviene distinguere i passaggi della filiera:

  • Borse bandite: indicano quanti posti la formazione mette a disposizione, ma non quanti saranno occupati.
  • Borse assegnate: misurano la risposta dei candidati al bando e mostrano eventuali difficoltà di attrattività.
  • Medici che completano il corso: rappresentano il bacino che può entrare nella medicina generale dopo la formazione.
  • Incarichi effettivamente coperti: indicano se i nuovi professionisti raggiungono gli ambiti che hanno bisogno di un titolare.

Confondere questi livelli porta a sovrastimare la capacità del sistema di compensare i pensionamenti. Un bando ampio non garantisce una copertura equivalente, soprattutto quando una parte dei posti resta vacante o i nuovi medici non si insediano nei territori con le maggiori difficoltà.

Anche il dibattito sul rapporto di lavoro va letto con cautela. Sono state avanzate proposte di trasformazione del modello convenzionale, ma i dati disponibili non consentono di quantificarne l’impatto né di indicare una data certa per un eventuale cambiamento. La questione organizzativa resta concreta: rendere sostenibile l’attività quotidiana e offrire percorsi professionali capaci di attirare i medici.

Assistiti per medico: il peso delle deroghe e dei massimali

Al 1° gennaio 2025 la stima nazionale indica oltre 5.700 medici di medicina generale mancanti in 18 Regioni. La media è di 1.383 assistiti per medico, contro un rapporto teorico ottimale di 1.200. È una media, quindi non descrive allo stesso modo ogni ambito: in alcune aree la pressione può essere più elevata, in altre meno.

Il massimale teorico previsto dall’Accordo collettivo nazionale è di 1.500 assistiti per medico. Più della metà dei medici attivi supera questa soglia, perché gli Accordi integrativi regionali hanno introdotto deroghe per fronteggiare l’assenza di professionisti. La deroga consente di assegnare più assistiti a un medico già in attività quando mancano alternative immediate; non crea però nuova capacità professionale.

L’effetto organizzativo è duplice. Da un lato, più persone possono conservare un riferimento medico invece di restare senza assegnazione. Dall’altro, aumenta il carico dello studio e si restringe il tempo disponibile per i singoli percorsi assistenziali. La gestione di una terapia cronica, il controllo di un peggioramento clinico e il coordinamento con specialisti o servizi territoriali richiedono continuità e attività programmata. Un numero elevato di assistiti rende più difficile distribuire queste attività senza accumulare ritardi.

Per il paziente, la carenza può tradursi in una ricerca più complicata di un nuovo medico quando il precedente cessa l’attività, in una scelta limitata di professionisti disponibili nell’ambito o in un accesso meno agevole alle attività non urgenti. L’impatto varia secondo la situazione locale e le modalità con cui l’azienda sanitaria organizza le assegnazioni. Il dato nazionale descrive la pressione complessiva, ma la disponibilità effettiva va letta a livello di ambito territoriale.

Le Case della Comunità, le Aggregazioni Funzionali Territoriali e le Centrali Operative Territoriali possono supportare l’integrazione e la continuità fra servizi. Il loro ruolo dipende però da personale, organizzazione e raccordo con i medici di famiglia. Una struttura territoriale può facilitare la presa in carico e il coordinamento; da sola non sostituisce il medico di riferimento né compensa automaticamente una carenza di professionisti.

Un decennio di flussi in diminuzione

Osservare la variazione su più anni aiuta a separare il dato congiunturale dalla tendenza. Fra il 2013 e il 2023 il numero di medici di medicina generale è passato da 45.203 a 37.983, con una riduzione di 7.220 unità. Nel periodo più recente, dal 2019 al 2024, il calo è stato di 5.197 professionisti. Le serie coprono intervalli diversi e non vanno sommate; entrambe mostrano però una contrazione consistente della rete.

IndicatoreValoreChe cosa segnala
Medici di medicina generale, 201345.203Consistenza iniziale della serie decennale
Medici di medicina generale, 202337.983Riduzione di 7.220 unità rispetto al 2013
Medici attivi, 201942.009Consistenza iniziale del periodo più recente
Medici attivi, 202436.812Calo di 5.197 unità, pari al 14,1%
Assistiti medi per medico, 1° gennaio 20251.383Valore superiore al rapporto teorico di 1.200

La serie Agenas relativa al personale del Servizio sanitario nazionale indica inoltre 68,1 medici di medicina generale ogni 100.000 abitanti nel 2023. È un rapporto utile per inquadrare la disponibilità rispetto alla popolazione, ma non basta a stabilire se un singolo territorio sia coperto in modo adeguato. Densità abitativa, età della popolazione, distribuzione dei professionisti e organizzazione degli ambulatori modificano il carico effettivo.

La lettura dei flussi dovrebbe seguire, per ciascun ambito, almeno tre componenti: medici che cessano l’attività, nuovi incarichi assegnati e assistiti che devono cambiare riferimento. Se si considera solo il saldo regionale o nazionale, il problema operativo può restare nascosto fino alla cessazione di uno studio. Una programmazione efficace richiede quindi dati territoriali aggiornati e procedure di sostituzione definite prima dell’uscita del titolare.

Anche l’integrazione fra servizi va misurata per la sua funzione concreta. Una COT può facilitare il raccordo tra ospedale, servizi distrettuali e assistenza domiciliare; un’Aggregazione Funzionale Territoriale può organizzare attività condivise fra medici. Questi strumenti rendono più ordinato il percorso assistenziale quando ruoli e passaggi sono chiari. Non modificano, da soli, il numero di professionisti disponibili per la presa in carico.

Il quadriennio 2025-2028 e la tenuta della rete

Gli 8.180 pensionamenti attesi tra il 2025 e il 2028 costituiscono una pressione aggiuntiva su una rete già ridotta. Il dato non permette di prevedere un numero preciso di ambiti che resteranno scoperti: l’esito dipenderà da ingressi, incarichi assegnati, deroghe regionali e distribuzione dei professionisti. Indica però che la sostituzione dei medici in uscita deve essere pianificata su scala pluriennale.

Per le aziende sanitarie, la gestione operativa richiede passaggi coordinati:

1. Mappare le cessazioni previste. La programmazione anticipata consente di individuare gli ambiti esposti e di avviare per tempo le procedure per gli incarichi.

2. Confrontare uscite e nuovi ingressi. Il numero di borse bandite va letto insieme a quelle assegnate e ai medici che arrivano effettivamente sul territorio.

3. Monitorare il carico reale. Assistiti per medico e superamenti del massimale aiutano a individuare le situazioni in cui la copertura formale non coincide con una presa in carico sostenibile.

4. Organizzare il raccordo territoriale. Case della Comunità, AFT e COT possono sostenere il coordinamento se hanno personale, funzioni definite e collegamenti operativi con gli ambulatori.

5. Verificare gli effetti sulle assegnazioni. La continuità va valutata considerando tempi e modalità con cui gli assistiti trovano un nuovo riferimento dopo una cessazione.

La risposta non può poggiare soltanto sull’aumento degli assistiti assegnati ai medici rimasti. Le deroghe hanno una funzione temporanea di copertura, ma un carico elevato protratto nel tempo può ridurre la capacità dello studio di seguire in modo programmato cronicità, prevenzione e bisogni complessi. Per questo il dato sugli assistiti per medico va affiancato a quello sulle cessazioni e sugli incarichi effettivamente coperti.

La carenza di medici di medicina generale è il risultato di una contrazione prolungata, accelerata dai pensionamenti e non compensata da un ricambio sufficiente. Le borse non assegnate mostrano che il numero dei posti disponibili non coincide con quello dei professionisti che entreranno nel sistema. Le deroghe regionali attenuano nell’immediato i vuoti di copertura, ma trasferiscono pressione sugli studi già attivi. Il vantaggio pratico di una lettura basata sui flussi è chiaro: permette di intervenire prima che l’uscita di un medico interrompa la continuità della presa in carico nel territorio.

Domande frequenti

Quanti medici di medicina generale mancano in Italia?
Al 1° gennaio 2025, la stima nazionale indica una carenza di oltre 5.700 medici di medicina generale in 18 Regioni.
Perché non si riesce a sostituire tutti i medici che vanno in pensione?
Il sistema non riesce a sostituire immediatamente i medici uscenti a causa della durata della formazione specifica necessaria dopo la laurea e della scarsa attrattività del percorso, che lascia molte borse di studio non assegnate.
Quanti assistiti può avere al massimo un medico di famiglia?
Il massimale teorico previsto dall'Accordo collettivo nazionale è di 1.500 assistiti, ma oltre la metà dei medici supera questa soglia a causa delle deroghe regionali introdotte per fronteggiare la carenza di professionisti.
Le Case della Comunità possono risolvere la carenza di medici?
Le strutture territoriali come le Case della Comunità possono facilitare l'integrazione e il coordinamento dei servizi, ma non sostituiscono il medico di riferimento né compensano automaticamente la mancanza di professionisti.
Quanti pensionamenti sono previsti nei prossimi anni?
Tra il 2025 e il 2028 sono previsti 8.180 pensionamenti di medici di medicina generale al raggiungimento del limite dei 70 anni.