Carico di lavoro MMG: analisi dei dati sulle ore settimanali
L’ACN stabilisce per un medico di medicina generale con 1.000-1.500 assistiti un minimo di 15 ore settimanali di apertura dell’ambulatorio, distribuite su cinque giorni.

Quel dato descrive la disponibilità minima dello studio al pubblico; non quantifica tutte le attività necessarie a seguire i pazienti.
Un sondaggio di Fimmg Lazio condotto su 55 medici della provincia di Latina stima invece un impegno quotidiano di 10-11 ore per i professionisti con 1.000-1.500 assistiti. La differenza tra orario di apertura e lavoro effettivo è al centro dell’analisi del carico di lavoro MMG: per leggerla correttamente occorre distinguere gli obblighi convenzionali dalle prestazioni, dalle attività organizzative e dai nuovi incarichi territoriali.
Il paradosso delle 15 ore: che cosa misura l’ACN
Le 15 ore previste per un medico massimalista sono un requisito minimo di apertura dell’ambulatorio, commisurato al numero degli assistiti. Per chi ne ha fino a 500, il minimo è di cinque ore settimanali; cresce con la dimensione della lista, fino a raggiungere 15 ore nella fascia da 1.000 a 1.500 assistiti.
Queste soglie non costituiscono una rilevazione del tempo complessivamente lavorato. Definiscono l’orario in cui lo studio deve essere accessibile secondo la convenzione. Visite, prescrizioni, valutazioni dei referti, certificazioni e contatti con i pazienti possono richiedere tempo prima e dopo l’apertura, o distribuirsi in attività che non coincidono con la presenza programmata in ambulatorio.
Il sondaggio di Latina offre un’indicazione locale di questa distanza. I 55 professionisti coinvolti, con 1.000-1.500 assistiti, riferiscono una media di 10-11 ore di lavoro al giorno e 27 visite quotidiane in studio. Il dato non può essere esteso automaticamente a tutti i medici italiani: riguarda un campione circoscritto e non fornisce una media nazionale. È però utile per mostrare che l’orario convenzionale di apertura e il tempo necessario a gestire l’attività clinica rispondono a misure diverse.
Anche il numero degli assistiti, da solo, non esaurisce la descrizione del carico. Due liste della stessa dimensione possono generare volumi e complessità differenti, per distribuzione per età, condizioni cliniche e necessità di follow-up. I dati disponibili, tuttavia, non consentono di quantificare in modo uniforme queste differenze né di attribuire loro un numero medio nazionale di ore.
Le 15 ore dell’ACN misurano l’apertura minima dello studio. Il sondaggio di Latina stima il tempo quotidiano necessario a sostenere l’attività.
Ricette, certificati e consulenze: il lavoro oltre la visita
Nel sondaggio, la media giornaliera di 27 visite in studio si accompagna a un volume consistente di attività connesse all’assistenza. Ogni medico dichiara in media 78,4 ricette farmacologiche, 10,3 richieste di esami di laboratorio, 8,4 di esami strumentali, sette certificati di malattia e 28 consulenze al giorno.
Queste quantità aiutano a leggere i dati sul carico assistenziale MMG, ma non vanno interpretate come altrettanti incontri distinti con pazienti diversi. Una stessa presa in carico può produrre una visita, una prescrizione, una richiesta diagnostica e un successivo contatto. Sommare le prestazioni come se fossero episodi autonomi porterebbe quindi a una rappresentazione imprecisa dell’attività.
Anche la media dei pazienti visitati al giorno richiede cautela. Le 27 visite rilevate in studio non coincidono necessariamente con il totale dei contatti svolti in altre modalità e non descrivono, da sole, quanto tempo sia dedicato a ciascun assistito. Il dato distingue 16 visite programmate e 11 urgenti: una ripartizione che segnala la coesistenza di attività pianificate e richieste che necessitano di una valutazione non differibile, almeno nell’organizzazione della giornata.
La burocrazia si intreccia con la prestazione clinica. Prescrivere una terapia, rinnovare un piano, predisporre una certificazione o richiedere un esame comporta attività documentale e responsabilità professionale. Il tempo dedicato a queste operazioni è una componente dell’analisi delle ore di lavoro del medico di famiglia, anche quando non viene registrato come visita.
Le statistiche disponibili non permettono però di separare con precisione il tempo medio nazionale per la burocrazia da quello destinato alla cura. Non è quindi possibile trasformare il volume quotidiano di ricette e certificati in una stima affidabile delle ore amministrative per ciascun MMG. Il dato di Latina descrive quantità di attività e durata complessiva riferita, senza fornire una ripartizione uniforme del tempo tra le diverse mansioni.
Ruolo Unico e Case della Comunità: una nuova composizione dell’orario
L’ACN del 4 aprile 2024 ha introdotto l’assetto del Ruolo Unico di Assistenza Primaria. Nel dibattito del 2026, le proposte di riforma e i testi esaminati in sede parlamentare hanno delineato per il ruolo unico a tempo pieno un’organizzazione di 38 ore settimanali complessive, indicativamente suddivise in 20 ore di studio e 18 ore di attività territoriali programmate.
Questa articolazione appartiene al quadro delle proposte discusse nel 2026 e non va confusa con il minimo di apertura ambulatoriale previsto per i medici massimalisti. Cambiano il perimetro considerato e la funzione dell’orario: da una soglia convenzionale legata all’accessibilità dello studio a una possibile programmazione complessiva delle attività, comprese quelle svolte sul territorio.
L’ipotesi di ACN approvata nel giugno 2026 aggiunge un elemento specifico: fino a sei ore settimanali di attività nelle Case della Comunità, per 48 settimane all’anno. L’accordo, sottoscritto da SISAC, FIMMG e FMT, prevede per quelle ore un compenso di 38 euro lordi, più oneri. SMI e SNAMI si sono opposte all’obbligatorietà oraria.
Il punto sindacale riguarda la collocazione di queste ore nell’organizzazione concreta del lavoro. Le informazioni disponibili non quantificano l’effetto definitivo dell’obbligo sulle ore svolte negli studi, né chiariscono in termini nazionali come le nuove attività si combinino con ogni singola configurazione assistenziale. Perciò non è corretto sommare automaticamente le sei ore al carico già rilevato e presentare il risultato come un nuovo orario effettivo uniforme.
| Elemento | Assetto o dato | Che cosa misura |
|---|---|---|
| Apertura ambulatoriale, fino a 500 assistiti | 5 ore settimanali minime | Disponibilità minima dello studio |
| Apertura ambulatoriale, 1.000-1.500 assistiti | 15 ore settimanali minime | Disponibilità minima dello studio |
| Impegno riferito nel sondaggio di Latina | 10-11 ore al giorno | Stima del lavoro quotidiano di 55 MMG |
| Attività nelle Case della Comunità nell’ipotesi di ACN del 2026 | Fino a 6 ore settimanali per 48 settimane | Attività territoriale prevista dall’ipotesi |
| Modello a tempo pieno discusso nel 2026 | 38 ore settimanali | Articolazione proposta tra studio e attività territoriali |
La tabella mette a confronto grandezze che hanno basi diverse: un minimo convenzionale, una stima locale del lavoro quotidiano e componenti di un modello organizzativo discusso o previsto dall’ipotesi di accordo. Non sono valori intercambiabili e non possono essere sommati senza definire a quale profilo professionale, rapporto convenzionale e organizzazione territoriale si riferiscano.
Il confronto internazionale e i limiti dei dati disponibili
Uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, condotto su medici di medicina generale negli Stati Uniti, ha stimato che la gestione complessiva di pazienti a tempo pieno richiederebbe in media 2.844 ore l’anno, pari a circa 61,8 ore settimanali effettive.
Il confronto segnala che la presa in carico può comportare un volume di lavoro superiore alle ore formalmente programmate. Non stabilisce, però, un’equivalenza diretta con l’esperienza italiana. Il sistema organizzativo, le modalità di accesso, il perimetro delle attività e la definizione di tempo pieno possono differire. Il dato statunitense offre un termine di confronto, non una stima applicabile ai MMG italiani.
Per un’analisi del carico di lavoro MMG in Italia, il riferimento più concreto tra quelli disponibili resta il sondaggio di Latina, con i limiti del campione e della sua portata territoriale. Mancano una quantificazione media nazionale delle ore non rilevate dai gestionali e una misura omogenea del tempo dedicato alle attività burocratiche. Senza queste informazioni, il confronto tra ore convenzionali e ore effettive resta indicativo, non una contabilità completa del lavoro.
La vertenza sindacale riguarda la misurazione e la distribuzione
La contrarietà di SNAMI e SMI all’obbligatorietà oraria nelle Case della Comunità si colloca nel confronto sulla natura dell’incarico e sulla distribuzione delle attività. Il nodo è come integrare il lavoro territoriale con l’assistenza garantita negli studi e con gli altri compiti già svolti dal medico convenzionato.
La distinzione tra orario minimo di apertura e impegno complessivo ha conseguenze anche nella definizione delle nuove regole. Se le ore territoriali vengono aggiunte senza una ricognizione delle attività già svolte, il quadro contrattuale rischia di descrivere solo una parte del carico. Se, invece, l’organizzazione complessiva viene ridefinita, la valutazione deve specificare quali prestazioni rientrano nelle diverse fasce orarie, come si distribuiscono tra studio e servizi territoriali e quale compenso è associato a ciascuna attività.
Per i medici e per le organizzazioni sindacali, l’analisi delle ore richiede quindi di tenere separati tre livelli: l’obbligo di apertura previsto dall’ACN, il tempo effettivamente impiegato nella gestione degli assistiti e gli incarichi territoriali introdotti o discussi nei nuovi assetti. I dati disponibili descrivono già una distanza tra questi piani, ma non ne misurano ancora l’ampiezza su scala nazionale.
Le prossime verifiche dovranno concentrarsi sui testi applicativi e sulla modalità con cui le ore nelle Case della Comunità saranno programmate rispetto all’attività ambulatoriale. Fino a quando non saranno disponibili dati comparabili sul tempo effettivo e sulla sua ripartizione, le 15 ore resteranno una soglia di apertura, non una misura del lavoro settimanale complessivo del medico di famiglia.