Aggressioni ai medici di medicina generale: i dati del fenomeno
Nel 2025 l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie (ONSEPS) ha registrato in Italia quasi 18.000 episodi di aggressione, in lieve calo rispetto ai 18.392 del 2024.

Nello stesso periodo, però, il numero degli operatori coinvolti è salito a 23.367, contro circa 22.000 l’anno precedente. I due indicatori misurano aspetti diversi: meno episodi registrati non significa necessariamente meno persone esposte.
Per le aggressioni ai medici di medicina generale, le statistiche nazionali offrono un quadro utile ma non isolano con precisione la quota riferita ai medici di famiglia. I dati descrivono il fenomeno tra tutte le professioni sanitarie e, per luogo, distinguono la sanità territoriale dall’ospedale. Questa distinzione è rilevante per la sicurezza sul lavoro dei medici di famiglia, ma non consente di attribuire ogni episodio territoriale alla medicina generale.
Il quadro statistico: episodi e operatori coinvolti
La Relazione annuale ONSEPS relativa al 2025 registra quasi 18.000 episodi di aggressione contro operatori sanitari e sociosanitari. La diminuzione rispetto al 2024 è contenuta; il dato sulle persone coinvolte, invece, cresce. Un singolo episodio può riguardare più professionisti, perciò conteggiare gli eventi e conteggiare gli operatori non produce risultati sovrapponibili.
Anche la distribuzione per professione colloca i medici dentro un fenomeno più ampio. Nel 2025 il personale infermieristico rappresenta il 55% delle segnalazioni, i medici il 16% e gli operatori sociosanitari l’11%. La quota riferita ai medici comprende categorie differenti e non equivale a una misura specifica delle aggressioni subite dai medici di medicina generale.
Il calo degli episodi registrati e l’aumento degli operatori coinvolti possono coesistere: sono indicatori diversi, e vanno letti separatamente.
Per interpretare le statistiche occorre quindi distinguere almeno tre livelli: il numero degli episodi, il numero delle persone coinvolte e la professione di appartenenza. A questi si aggiunge il luogo in cui avviene l’aggressione. Senza una disaggregazione dedicata alla medicina generale, i dati nazionali non permettono di ricavare un tasso specifico per i medici convenzionati, né di confrontare in modo diretto il rischio individuale tra ospedale, ambulatorio e continuità assistenziale.
Territorio e ospedale: una quota non trascurabile
Secondo il Terzo Rapporto FNOMCeO-Censis, il 22% delle aggressioni si verifica nella sanità del territorio, che comprende ambulatori e continuità assistenziale. Il restante 78% avviene in ospedale. Il dato segnala che la violenza non è circoscritta alle strutture ospedaliere, ma non identifica in quale misura siano coinvolti gli studi dei medici di famiglia o le sedi di guardia medica.
La distinzione tra setting conta anche sul piano organizzativo. Nell’ospedale l’attività si svolge in una struttura con accessi, personale e procedure di sicurezza definite dall’organizzazione. Nel territorio, invece, il medico può operare in ambulatorio, in continuità assistenziale o durante attività svolte fuori dalla sede. Le condizioni non sono uniformi e una percentuale aggregata non descrive da sola le esposizioni specifiche di ciascun contesto.
La categoria di “sanità territoriale” è dunque un perimetro di analisi, non una sinonimia di medicina generale. Usarla come misura diretta delle aggressioni ai MMG porterebbe a sovrastimare o a sottostimare il fenomeno specifico, a seconda di quali professionisti e servizi siano inclusi nel dato. Per valutare i rischi professionali dei medici convenzionati servono rilevazioni che separino almeno la professione, il luogo di lavoro e la tipologia dell’evento.
Questa cautela non riduce la rilevanza del dato territoriale. Il 22% indica che una parte significativa delle aggressioni avviene fuori dall’ospedale. Per la programmazione della sicurezza, ciò rende insufficiente un approccio limitato ai reparti e ai pronto soccorso: ambulatori e continuità assistenziale devono rientrare nell’analisi dei rischi e nelle procedure organizzative.
Tipologia di violenza e profilo delle persone colpite
Nel 2025 le aggressioni verbali rappresentano il 69% degli episodi registrati dall’ONSEPS. Quelle fisiche sono il 25%; i danni alla proprietà il 6%. La distribuzione chiarisce perché il fenomeno non possa essere valutato soltanto contando gli infortuni con lesioni: la maggioranza degli eventi segnalati è verbale, ma ciò non significa che sia priva di conseguenze professionali o organizzative.
Le quote descrivono la composizione degli episodi registrati, non la gravità di ogni singolo caso. Un’aggressione verbale può incidere sulla possibilità di svolgere la visita, sulla gestione degli accessi e sulla relazione con l’utenza; un episodio fisico può richiedere interventi immediati e attivare percorsi di tutela differenti. I dati disponibili non forniscono una misurazione uniforme delle conseguenze per i medici di medicina generale.
Il rapporto FNOMCeO-Censis indica che gli aggressori sono i pazienti nel 69% dei casi, familiari o caregiver nel 28% e persone non direttamente collegate ai pazienti nel 3%. Anche qui, la distribuzione riguarda il complesso degli episodi osservati e non consente di dedurre automaticamente il profilo degli aggressori negli ambulatori dei MMG.
Sul versante delle persone colpite, oltre il 60% degli operatori coinvolti è di genere femminile. Il dato riguarda l’insieme dei professionisti sanitari e sociosanitari e non va trasformato in una stima specifica per le dottoresse di famiglia. Mostra però che l’analisi della sicurezza deve considerare anche la composizione del personale esposto, senza assumere un profilo unico della vittima.
Per leggere i dati sugli infortuni del personale sanitario territoriale è quindi necessario non confondere aggressione, infortunio e segnalazione. Le statistiche ONSEPS contano episodi registrati; non equivalgono a un censimento completo di ogni minaccia o condotta ostile, né misurano da sole il danno lavorativo prodotto. La qualità della rilevazione dipende anche dalla possibilità di segnalare gli eventi con modalità comparabili tra contesti diversi.
Tutele normative: monitoraggio e risposta penale
La legge 14 agosto 2020, n. 113 ha istituito l’ONSEPS presso il Ministero della Salute e introdotto tutele specifiche per gli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie. Il monitoraggio nazionale ha una funzione distinta dalla tutela giudiziaria: raccoglie e organizza informazioni sugli episodi, mentre l’accertamento delle responsabilità e l’applicazione delle sanzioni seguono le procedure previste dall’ordinamento.
Nel 2023 il decreto-legge n. 34 ha inasprito le sanzioni per le lesioni personali ai danni degli operatori sanitari, prevedendo la reclusione da due a cinque anni. Nel 2024 il decreto legislativo n. 137 ha introdotto la possibilità dell’arresto in flagranza differita sulla base di documentazione video-fotografica. Si tratta di strumenti che intervengono sulla risposta penale, non di misure che sostituiscono la prevenzione nei luoghi di lavoro.
La distinzione è operativa. La previsione di una pena più elevata riguarda la conseguenza penale della condotta accertata; la flagranza differita disciplina una modalità di arresto alle condizioni previste dalla norma. Nessuna delle due disposizioni, da sola, definisce l’organizzazione concreta di uno studio medico o di un servizio di continuità assistenziale.
Per i protocolli di sicurezza negli studi medici, la cornice normativa va tradotta in procedure coerenti con l’attività effettivamente svolta e con il contesto organizzativo. La gestione degli accessi, le modalità di richiesta di supporto e la registrazione degli episodi sono aspetti che richiedono indicazioni applicabili alla sede e al servizio. I dati nazionali, da soli, non stabiliscono quale soluzione sia adeguata in ogni ambulatorio.
La tutela penale interviene sull’autore della condotta; la prevenzione richiede invece procedure organizzative applicabili al luogo in cui il medico lavora.
Il limite del dato: segnalazioni e sommerso
La quota esatta di aggressioni subite dai soli medici di medicina generale che non vengono denunciate o inserite nelle schede ONSEPS non è disponibile nei dati considerati. Non è quindi possibile quantificare il sommerso né correggere le statistiche con una stima attendibile. La mancanza di una misura specifica impone cautela, non autorizza a concludere che gli episodi non registrati siano maggioritari o marginali.
Anche il numero di operatori coinvolti va letto entro il perimetro della rilevazione. Un aumento può dipendere da più persone colpite nello stesso evento, ma i dati aggregati non permettono di attribuire ogni variazione a una causa precisa. Per stabilire se il rischio stia cambiando per i medici convenzionati servono serie disaggregate e comparabili nel tempo.
La rilevazione dovrebbe distinguere la professione, il servizio, il luogo e la tipologia di aggressione. Per i MMG, questa articolazione permetterebbe di separare gli episodi in ambulatorio da quelli in continuità assistenziale e di distinguere le minacce verbali dalle aggressioni fisiche e dai danni alla sede. Senza questa granularità, le statistiche offrono un quadro nazionale del problema ma non una misura puntuale dell’esposizione della medicina generale.
Il dato disponibile è già sufficiente per una conclusione circoscritta: la violenza riguarda anche la sanità territoriale, mentre la parte più consistente degli episodi registrati si verifica in ospedale. Non è invece sufficiente per calcolare il rischio individuale dei medici di famiglia, quantificare il sommerso o misurare gli abbandoni dell’attività convenzionata attribuibili alle aggressioni.
Per le organizzazioni sindacali e per chi definisce le procedure di sicurezza, la priorità informativa è rendere confrontabili le segnalazioni e separare con chiarezza i contesti territoriali. Il passaggio successivo è tradurre i dati in misure coerenti con le modalità concrete di lavoro, senza confondere la tutela penale con la prevenzione. Le prossime rilevazioni dovranno chiarire se la crescita degli operatori coinvolti si conferma e quale quota riguarda specificamente la medicina generale.