LIVE
snamifirenze

Medicina chiara, prevenzione e benessere quotidiano.

Aggressioni ai medici di medicina generale: i dati del fenomeno

Nel 2025 in Italia si sono verificati quasi 18.000 episodi di aggressione contro operatori sanitari e sociosanitari.

Aggiornato09 ottobre 2026
Tempo di lettura9 min di lettura
Aggressioni ai medici di medicina generale: i dati del fenomeno

I dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie (ONSEPS), pubblicati dal Ministero della Salute nel marzo 2026, registrano 23.367 operatori coinvolti. Il 16% erano medici.

Questi numeri descrivono la violenza in ambito sanitario nel suo complesso, ma non consentono di calcolare con precisione quante aggressioni abbiano colpito i medici di medicina generale. La distinzione conta: le statistiche nazionali fotografano il fenomeno, mentre la sua incidenza negli studi dei medici di famiglia e nei servizi di continuità assistenziale resta meno definita.

Il panorama della violenza sanitaria: i numeri del 2025

Le aggressioni registrate dall’ONSEPS nel 2025 risultano in lieve calo rispetto alle 18.392 del 2024. Il dato non indica, da solo, un cambiamento strutturale del rischio: si riferisce agli episodi rilevati e trasmessi al sistema di osservazione, non necessariamente a ogni forma di minaccia o intimidazione subita dagli operatori.

La distribuzione per categoria professionale conferma il peso delle professioni a contatto diretto e continuativo con i pazienti. Gli infermieri rappresentano il 55% degli operatori coinvolti, i medici il 16% e gli operatori sociosanitari l’11%. Per la quota restante, i dati riportati non specificano qui una ripartizione completa tra le altre professioni.

La natura degli episodi è prevalentemente verbale. Nel 2025, il 69% delle aggressioni registrate è stato verbale; il 25% ha comportato violenza fisica e il 6% danni a beni. Oltre il 60% delle persone colpite risulta di sesso femminile nella maggior parte delle regioni italiane.

Queste percentuali aiutano a leggere il fenomeno oltre la sola lesione fisica. Minacce e intimidazioni costituiscono la forma prevalente rilevata. La rilevanza professionale e organizzativa di un episodio non dipende però esclusivamente dal danno corporeo: la ripetizione delle condotte verbali può incidere sulle condizioni di lavoro, sulla sicurezza percepita e sulla possibilità di gestire il rapporto con l’utenza.

I dati nazionali misurano la violenza sanitaria nel suo insieme. Per la medicina generale, la precisione del quadro dipende dalla capacità di distinguere e rilevare gli episodi sul territorio.

Le statistiche sulle aggressioni ai medici di medicina generale vanno quindi interpretate con cautela. Il dato del 16% riguarda i medici tra gli operatori coinvolti in episodi registrati a livello nazionale; non equivale alla quota di medici di famiglia aggrediti e non consente di ricavare un tasso specifico per categoria.

Il vissuto dei medici: insicurezza e responsabilità percepita

L’indagine Censis del 2025 aggiunge un indicatore diverso da quello dell’ONSEPS: il vissuto dichiarato dai medici. Il 41,2% afferma di non sentirsi sicuro sul luogo di lavoro a causa delle violenze. Il 25,4% riferisce di avere subito minacce da pazienti o familiari, mentre il 3,8% dichiara di avere subito un’aggressione fisica.

I due insiemi di dati non sono sovrapponibili. L’ONSEPS registra episodi e operatori coinvolti attraverso il sistema di rilevazione istituzionale; il Censis rileva risposte a un’indagine. Cambiano quindi oggetto e metodo. Le percentuali del Censis descrivono le risposte dei medici coinvolti nella rilevazione e non vanno lette come una stima amministrativa del numero nazionale di aggressioni.

Il rapporto segnala inoltre che il 71,8% dei medici si sente usato come capro espiatorio per le inefficienze strutturali del Servizio sanitario nazionale. Il dato registra una percezione riferita dagli intervistati, non un’attribuzione giuridica di responsabilità. È tuttavia rilevante per comprendere il contesto in cui maturano i conflitti con l’utenza: il medico può diventare il punto di contatto diretto con disservizi, tempi di attesa o difficoltà di accesso che dipendono da assetti più ampi.

Per la medicina generale questa dinamica assume una forma specifica. Il rapporto professionale si sviluppa nel tempo e in un contesto territoriale; le richieste del paziente arrivano spesso al medico di fiducia, anche quando la soluzione dipende da risorse o procedure esterne al suo controllo. La frizione può così concentrarsi nello studio o durante il servizio, pur avendo origine in problemi organizzativi più estesi.

Il dato Censis sul senso di insicurezza non identifica da solo le cause né distingue, nelle informazioni disponibili, tra medici ospedalieri, convenzionati e medici di famiglia. È quindi corretto usarlo come indicatore della percezione tra i medici, non come misura dell’incidenza specifica delle aggressioni negli studi territoriali.

La geografia del rischio: strutture sanitarie e territorio

La violenza contro il personale sanitario non si esaurisce nei reparti ospedalieri o nei pronto soccorso. Gli episodi possono verificarsi anche negli ambulatori territoriali e nei servizi di continuità assistenziale. Le modalità di esposizione cambiano con il contesto: contano l’organizzazione del servizio, la presenza di altri operatori, le procedure di accesso e le condizioni in cui viene svolta l’attività.

Per gli studi di medicina generale, tuttavia, le informazioni disponibili non permettono di isolare il numero complessivo di aggressioni verbali e intimidazioni. L’infrastruttura di rilevazione dell’ONSEPS intercetta prevalentemente gli episodi trasmessi attraverso i canali istituzionali. Non è quindi possibile dedurre dai dati nazionali il volume effettivo delle condotte avvenute negli studi privati dei medici di famiglia.

Manca anche una disaggregazione statistica regionale riferita esclusivamente alla medicina generale, separata dalla continuità assistenziale. Senza questo dettaglio non si possono confrontare in modo affidabile territori, setting di lavoro o categorie convenzionate. La quota di medici tra gli operatori coinvolti non sostituisce tale analisi: aggrega professionisti che operano in condizioni differenti.

Una lettura utile per i medici convenzionati deve perciò tenere distinti almeno tre livelli:

  • il totale degli episodi di violenza sanitaria rilevati a livello nazionale;
  • le dichiarazioni dei medici sulle minacce, sulle aggressioni fisiche e sulla sicurezza percepita;
  • i dati specifici per medicina generale e continuità assistenziale, che nelle informazioni disponibili non sono completi.

Questa distinzione evita due errori opposti. Il primo è attribuire alla medicina generale l’intero dato riferito ai medici, senza disporre della ripartizione per ambito professionale. Il secondo è considerare marginale il rischio territoriale perché mancano dati disaggregati: l’assenza di una misura precisa non dimostra l’assenza del fenomeno.

La qualità della rilevazione è quindi un tema operativo, oltre che statistico. Una segnalazione coerente e classificata consente di distinguere minacce, aggressioni fisiche e danni, oltre a identificare il contesto in cui si verificano. Senza questa granularità, il confronto tra ospedale, studio di medicina generale e continuità assistenziale resta incompleto.

Il quadro normativo: misure penali e limiti della tutela

Il quadro normativo si è irrigidito con il decreto-legge n. 137/2024, convertito nella legge n. 171/2024. La disciplina ha introdotto l’arresto in flagranza differita, anche sulla base di videoriprese, e pene da uno a cinque anni per chi danneggia beni destinati al servizio sanitario.

La previsione dell’arresto differito amplia gli strumenti di intervento quando l’accertamento immediato sul posto non è possibile e sono disponibili elementi di documentazione, comprese le riprese video. La pena indicata riguarda il danneggiamento di beni destinati al servizio sanitario. Non va estesa automaticamente a ogni forma di minaccia o aggressione: le conseguenze giuridiche dipendono dalla condotta contestata e dalla fattispecie applicabile.

La riforma si colloca in un quadro già interessato da interventi precedenti, tra cui il decreto-legge n. 34/2023, che ha inasprito le pene per le lesioni ai sanitari. La successione delle norme segnala un rafforzamento della risposta penale, ma non consente di concludere che il fenomeno sia stato risolto. I dati ONSEPS del 2025, con quasi 18.000 episodi rilevati, mostrano che la violenza continua a essere presente.

La tutela penale interviene dopo una condotta e opera secondo le fattispecie previste dalla legge. La prevenzione richiede anche misure organizzative: procedure di segnalazione, gestione delle situazioni di rischio e protezione degli operatori nel contesto in cui lavorano. Per i medici convenzionati, il tema riguarda anche la possibilità concreta di documentare gli episodi avvenuti al di fuori delle strutture ospedaliere.

La rilevazione dovrebbe consentire di descrivere con precisione l’evento: luogo, modalità, conseguenze e contesto di servizio. Una classificazione omogenea rende più attendibile il monitoraggio e aiuta a valutare se le misure adottate rispondano ai rischi effettivamente osservati. Se gli episodi verbali restano sottosegnalati, il quadro risultante tenderà a rappresentare soprattutto le forme più facilmente documentabili.

L’impatto sulla professione e sulla continuità assistenziale

L’aggressione incide sulla sicurezza del singolo professionista e sulle condizioni in cui si svolge l’assistenza. Quando il medico dichiara di non sentirsi sicuro, come riferisce il 41,2% degli intervistati nell’indagine Censis, il dato riguarda il rapporto tra ambiente di lavoro e percezione del rischio. Non misura direttamente una riduzione delle prestazioni o un effetto sulla continuità assistenziale, ma segnala una condizione che merita attenzione organizzativa.

Nel caso della medicina generale, la continuità del rapporto con il paziente rende particolarmente rilevante la gestione delle situazioni conflittuali. Il medico opera sul territorio e mantiene una relazione professionale che può protrarsi nel tempo. Le informazioni disponibili non quantificano l’impatto delle aggressioni sulla scelta di ridurre l’attività, sulle rinunce agli incarichi o sull’accesso alle cure; tali conseguenze non possono essere presentate come effetti statistici accertati sulla base dei dati citati.

È invece documentato che una parte consistente dei medici riferisce minacce e insicurezza, mentre la maggioranza degli episodi registrati dall’ONSEPS è verbale. Per le organizzazioni sindacali e per chi definisce le misure di prevenzione, questo rende insufficiente una valutazione limitata agli eventi con lesioni. La raccolta delle segnalazioni deve comprendere anche le condotte che non producono un danno fisico immediato.

Il punto pratico è migliorare la distinzione tra professioni, territori e luoghi di lavoro. Un report sulla sicurezza dei medici di medicina generale dovrebbe permettere di separare gli episodi negli studi, quelli durante la continuità assistenziale e quelli in altri servizi. Allo stesso tempo, la lettura dei dati va mantenuta aderente a ciò che viene effettivamente misurato: i numeri nazionali descrivono il fenomeno sanitario complessivo; le indagini sulle percezioni descrivono le risposte dei medici; nessuno dei due livelli, da solo, definisce l’incidenza precisa nella medicina generale.

La priorità, sul piano della tutela, è quindi duplice: applicare le norme vigenti alle condotte che ricadono nelle fattispecie previste e rendere più completa la rilevazione degli episodi sul territorio. Fino a quando i dati non distingueranno con maggiore precisione medicina generale e continuità assistenziale, le statistiche nazionali resteranno un indicatore del rischio sanitario complessivo, non una misura puntuale del rischio specifico per i medici di famiglia.

Domande frequenti

Quante aggressioni hanno colpito specificamente i medici di medicina generale nel 2025?
Non è possibile calcolarlo con precisione. I dati nazionali indicano che i medici rappresentano il 16% degli operatori coinvolti, ma non distinguono tra medici di famiglia, ospedalieri e altre categorie.
Qual è la forma più comune di violenza contro gli operatori sanitari?
La violenza verbale è la forma prevalente, costituendo il 69% degli episodi registrati nel 2025, seguita dalla violenza fisica al 25% e dai danni ai beni al 6%.
Cosa prevede la legge per chi aggredisce il personale sanitario?
La normativa attuale prevede l'arresto in flagranza differita, anche tramite l'uso di videoriprese, e pene da uno a cinque anni per il danneggiamento di beni destinati al servizio sanitario.
I medici si sentono sicuri sul posto di lavoro?
Secondo un'indagine Censis del 2025, il 41,2% dei medici intervistati dichiara di non sentirsi sicuro sul luogo di lavoro a causa delle violenze.
Perché i dati dell'ONSEPS e quelli del Censis sono diversi?
I due insiemi di dati utilizzano metodi differenti: l'ONSEPS registra gli episodi di violenza attraverso un sistema istituzionale, mentre il Censis rileva le opinioni e il vissuto soggettivo dei medici tramite un'indagine.