Case della Comunità: i dati reali sui tempi di attivazione
Per valutare i tempi di attivazione delle Case della Comunità, il dato decisivo non è quante strutture risultano inserite nei programmi regionali.

È quante erogano davvero servizi e quante rispettano gli standard di personale e assistenza previsti dal DM 77/2022. Al 31 dicembre 2025, secondo il monitoraggio Agenas, solo 781 delle 1.715 strutture programmate avevano almeno un servizio attivo. Quelle pienamente operative erano 66.
La distanza tra apertura formale e operatività effettiva è il punto centrale del monitoraggio dell’assistenza territoriale. Il PNRR fissava al 30 giugno 2026 il traguardo di almeno 1.038 Case della Comunità attivate. Raggiungere un obiettivo numerico di rendicontazione, tuttavia, non dimostra da solo che ogni presidio offra tutti i servizi previsti o disponga di personale sufficiente. Per leggere gli avanzamenti regionali servono quindi indicatori distinti: strutture programmate, servizi avviati, copertura dei turni e presenza delle équipe.
Il divario tra rendicontazione PNRR e operatività reale
I numeri Agenas fotografano livelli di attivazione diversi. Le 781 strutture con almeno un servizio attivo rappresentano il 45% delle 1.715 programmate. Le 66 pienamente operative corrispondono invece a circa il 3,8% del totale. La differenza fra i due valori è sostanziale: l’avvio di una prestazione in una sede non equivale alla disponibilità dell’intero percorso assistenziale previsto per quella struttura.
Per leggere correttamente il monitoraggio avanzamento PNRR sanità, occorre distinguere almeno tre passaggi:
- Programmazione: la struttura è prevista nel piano regionale e associata a un intervento.
- Attivazione parziale: almeno un servizio viene erogato nella sede.
- Operatività secondo il DM 77: sono presenti tutti i servizi obbligatori e una dotazione medica e infermieristica conforme agli standard.
Questa distinzione spiega perché le statistiche di apertura delle Case della Comunità possano apparire più favorevoli dei dati sull’operatività completa. La parola apertura può riferirsi a situazioni organizzative differenti: un presidio accessibile, un servizio attivo in alcuni orari oppure una struttura che garantisce l’insieme delle funzioni previste. Senza questa specificazione, il dato non permette di capire quale assistenza sia concretamente disponibile per i cittadini.
Anche la scadenza PNRR va letta nel suo perimetro. Il target europeo della Missione 6, Componente 1, prevedeva l’attivazione di almeno 1.038 Case della Comunità entro il 30 giugno 2026. È un obiettivo quantitativo di programma. Il monitoraggio della piena operatività risponde a una domanda diversa: quante sedi hanno servizi e personale conformi ai requisiti. Confondere i due livelli porta a sovrastimare la capacità assistenziale effettivamente disponibile.
Un presidio può risultare attivo nel monitoraggio e avere ancora un percorso assistenziale incompleto. Per misurare l’operatività servono dati su servizi e personale, non soltanto sul numero delle sedi.
Per le Regioni, questa differenza ha una ricaduta concreta sulla gestione dei cronoprogrammi. Se un edificio è pronto ma mancano professionisti o turni, l’avanzamento strutturale non coincide con quello organizzativo. Se è attivo un solo servizio, la struttura può contribuire al dato di attivazione senza garantire la presa in carico integrata attesa da una Casa della Comunità. Gli indicatori devono dunque rendere visibili entrambi i percorsi: lavori e dotazioni da una parte, organizzazione delle prestazioni dall’altra.
La geografia dell’attivazione è disomogenea
La distribuzione delle strutture con almeno un servizio attivo mostra differenze marcate fra territori. Nel monitoraggio a fine 2025, la Lombardia registrava 150 Case della Comunità con servizi attivi e l’Emilia-Romagna 143. In Abruzzo, Molise e Calabria il dato era di appena due strutture per ciascuna Regione.
Questi valori descrivono la consistenza delle sedi con almeno un servizio avviato. Non misurano, da soli, la qualità o la completezza dell’offerta, né consentono di confrontare direttamente l’accessibilità per la popolazione senza considerare la distribuzione locale e l’organizzazione dei servizi. Sono però un segnale utile per individuare gli scostamenti nell’attuazione del DM 77 e capire dove il monitoraggio regionale debba approfondire le cause dei ritardi.
Per leggere le differenze territoriali, gli indicatori possono essere organizzati in una sequenza operativa:
1. Confrontare programmazione e attivazione. Il numero di sedi con almeno un servizio va rapportato a quello delle sedi previste, mantenendo distinti i due conteggi.
2. Verificare quali servizi siano effettivamente disponibili. La presenza di una prestazione non prova che siano state attivate tutte le funzioni obbligatorie.
3. Rilevare la copertura professionale. Medici e infermieri devono essere considerati insieme agli orari e alla continuità dei turni.
4. Seguire gli scostamenti del cronoprogramma. Le fasi edilizie, autorizzative e organizzative possono procedere con tempi diversi e vanno rendicontate separatamente.
Questa lettura evita confronti semplicistici tra Regioni. Un numero assoluto più alto non informa automaticamente sulla quota di strutture pienamente funzionanti, mentre un dato ridotto di sedi attive segnala un problema da approfondire senza spiegare, da solo, se la causa sia strutturale, autorizzativa o legata alla disponibilità di personale.
Per le ASL e i distretti, la conseguenza pratica è la necessità di associare a ogni sede una fotografia aggiornata del percorso: cosa è già erogato, quali requisiti restano da soddisfare e quale soggetto deve completare il passaggio successivo. Così il dato aggregato diventa uno strumento di gestione, utile per individuare le priorità locali e non soltanto per descrivere l’avanzamento complessivo.
DM 77: il personale determina la continuità del servizio
Il DM 77/2022 definisce standard diversi per le Case della Comunità Hub e Spoke. Per le Hub è prevista una presenza medica continuativa, H24 per sette giorni su sette; per le Spoke la presenza indicata è di 12 ore al giorno per sei giorni alla settimana. Gli orari e la dotazione professionale sono quindi elementi costitutivi dell’organizzazione, non dettagli da verificare dopo l’apertura.
La presenza medica richiesta ha un impatto diretto sull’integrazione tra cure primarie, servizi infermieristici e altre funzioni territoriali. Una sede può disporre di spazi e attrezzature, ma la presa in carico dipende dalla possibilità di assicurare attività clinica negli orari previsti e di coordinare gli interventi. Se i turni sono incompleti, la capacità della struttura di svolgere il ruolo assegnato resta limitata anche quando alcuni servizi sono già partiti.
Nel giugno 2026 la Conferenza delle Regioni ha approvato un atto di indirizzo che prevede per i medici di medicina generale fino a sei ore settimanali di attività nelle Case della Comunità, per 48 settimane l’anno. La finalità indicata è garantire la presenza medica minima in ogni struttura. Il provvedimento porta al centro dell’attuazione un nodo organizzativo: come distribuire le attività dei medici di medicina generale tra ambulatorio, presa in carico dei pazienti e presenza nella struttura territoriale.
Per tradurre l’indirizzo in attività effettiva, ogni ambito deve definire con chiarezza:
- quali medici partecipano e in quale sede;
- come si collocano le ore settimanali nei turni della struttura;
- come si raccorda la presenza con l’attività ordinaria degli ambulatori;
- quali modalità assicurano la continuità della presa in carico e lo scambio informativo tra professionisti.
La programmazione delle ore, da sola, non consente di concludere che ogni sede disponga già della copertura richiesta. Il dato utile per valutare gli obiettivi di attuazione del DM 77 nelle Regioni è quello che associa alle ore previste i turni realmente coperti e i servizi erogati. La distinzione è importante per evitare che una disponibilità teorica di personale venga conteggiata come presenza assistenziale continuativa.
Per i medici di medicina generale, l’integrazione nella Casa della Comunità richiede una definizione concreta dei compiti. La presenza nella sede deve inserirsi nel percorso assistenziale del paziente e nel coordinamento con gli altri professionisti. Se le attività non sono raccordate, il presidio rischia di aggiungere un luogo di erogazione senza semplificare la continuità delle cure. Se invece ruoli e orari sono programmati in modo coerente, la struttura può contribuire a organizzare l’assistenza di prossimità e a rendere più leggibile il passaggio tra ambulatorio e servizi territoriali.
Autorizzazioni e avanzamento: il significato del Decreto Commissari
Nel 2026 il cosiddetto Decreto Commissari ha introdotto una procedura specifica per le strutture territoriali finanziate dal PNRR. L’autorizzazione all’esercizio viene considerata rilasciata al momento della presentazione dell’istanza, mentre Regioni e Province autonome hanno 12 mesi per verificare il possesso dei requisiti.
La procedura incide sul modo in cui va interpretato lo stato amministrativo di una sede. Un’autorizzazione considerata rilasciata contestualmente all’istanza non equivale alla conclusione delle verifiche sui requisiti. Per questo, nell’analisi degli scostamenti dal cronoprogramma PNRR, occorre separare l’avvio dell’iter dalla verifica successiva e dall’effettiva erogazione dei servizi.
Il monitoraggio dovrebbe quindi riportare in modo distinto almeno questi stati: lavori completati, istanza presentata, verifiche in corso o concluse, servizi attivati e dotazione di personale presente. Se questi passaggi confluiscono in un’unica etichetta di apertura, chi legge non può stabilire se il ritardo riguardi la struttura, l’autorizzazione, il reclutamento o la configurazione dei servizi.
La finestra di 12 mesi per le verifiche può rendere più fluido l’avvio amministrativo, ma non risolve automaticamente le criticità organizzative. L’operatività dipende anche dalla capacità delle aziende di mettere in funzione i servizi, programmare i turni e coordinare le professionalità. La rendicontazione deve mantenere visibile questa distinzione, soprattutto quando un presidio è formalmente in esercizio ma il completamento dei requisiti è ancora oggetto di verifica.
Un monitoraggio utile deve seguire la presa in carico
I dati disponibili indicano un divario netto tra diffusione di almeno un servizio e piena conformità agli standard: 781 strutture con attività avviata su 1.715 programmate, contro 66 pienamente operative a fine 2025. Il quadro è inoltre territorialmente disomogeneo. Questi elementi rendono insufficiente una lettura basata sul solo conteggio delle sedi.
Per valutare l’avanzamento, Regioni e ASL hanno bisogno di indicatori che seguano le fasi organizzative senza sovrapporle. La rendicontazione dovrebbe chiarire quali funzioni siano disponibili, con quali orari, con quale personale e in quale stato si trovino le verifiche autorizzative. Questo consente di distinguere un ritardo edilizio da una carenza di turni e una partenza parziale da un modello a regime.
Anche per i cittadini, la distinzione è pratica. Sapere che una Casa della Comunità è stata attivata non basta a capire quali prestazioni siano accessibili. L’informazione utile riguarda i servizi presenti, gli orari e le modalità di accesso, oltre ai raccordi con il medico di medicina generale e con gli altri nodi dell’assistenza territoriale.
Il monitoraggio dei tempi di attivazione deve quindi misurare il passaggio dalla sede programmata al servizio realmente fruibile. Il traguardo PNRR resta un indicatore di avanzamento; la piena operatività richiede una verifica distinta di servizi e personale. È su questa seconda misura che si valuta la capacità delle Case della Comunità di garantire continuità assistenziale sul territorio.